Green Psi 2026 – Casa Corra, Terre di Canossa, Re

Spesso siamo stranieri a noi stessi. Non sappiamo davvero chi siamo e che cosa vogliamo, chi passiamo diventare e sin dove possiamo arrivare. Come metterci in condizione di sviluppare e manifestare i talenti e le capacità potenziali che abbiamo?
Il percorso inizia con lo sviluppo di un atteggiamento di maggior presenza nei confronti di ciò che sentiamo, proviamo, pensiamo, prima di tutto.

Bastano pochi minuti da sottrarre al frenetico vai e vieni della nostra vita quotidiana, pochi minuti da dedicarci ogni giorno, seduti tranquilli, in cui allenarci a cogliere i linguaggi con cui si esprimono i diversi aspetti di noi stessi, i messaggi che provengono da dentro.

Il primo interlocutore fondamentale per entrare in contatto con la totalità di ciò che siamo è il nostro corpo, spesso ignorato e maltrattato, sino al punto che lo mettiamo in condizione di dover urlare il suo malessere attraverso il dolore e la malattia. Questi sono purtroppo gli unici modi che il nostro organismo ha a disposizione per segnalarci il suo disagio quando non c’è un opportuno allenamento a coglierne i segnali più sottili che sempre precedono l’esplosione di sintomi più o meno eclatanti.

Seduti tranquilli in quei 5 o 10 minuti che decidiamo di dedicare a noi stessi – può essere più facile fare questa esplorazione a occhi chiusi – portiamo tutta la nostra attenzione alle sensazioni fisiche che il nostro corpo sta provando nell’istante presente in cui decidiamo di ascoltarlo. E’ un ascolto senza giudizio, non devo per forza rilassarmi, devo semplicemente allenarmi a capire se sono rilassato oppure no, se sento tensioni e dove le sento. Peraltro, già questa prima ricerca mi porta spontaneamente ad allentare la tensione una volta individuata. Per esempio, mi chiedo se ho le spalle alzate, se la lingua è tesa e attaccata al palato, se i piccoli muscoli attorno agli occhi sono contratti. Continuo l’esplorazione notando quale temperatura sento nelle diverse parti del corpo, sentendo le diverse sensazioni degli abiti sulla pelle, noto anche quali sensazioni sono sgradevoli, in modo da poterle eventualmente correggere: una cintura troppo stretta, un tessuto ruvido, una maglia troppo leggera o troppo pesante.

Porto l’attenzione al respiro e, senza modificarne il ritmo, prendo nota dell’ampiezza e della profondità del mio far fluire l’aria da fuori a dentro e viceversa. L’allenamento consiste proprio nel dirigere l’attenzione verso l’interno, azione che è poco spontanea nella nostra cultura occidentale molto focalizzata sulla realtà esterna.

Così sintonizzati, ora siamo pronti a rivolgere un’attenzione a 360° e notare qualsiasi altro segnale, sensazione e messaggio che provenga dal nostro corpo, in modo da imparare a decifrarne il linguaggio e da poterne soddisfare i bisogni. Questo vuol dire, per esempio,  imparare a mangiare ascoltando la pancia più che la gola, discernendo tra alimenti che ci danno energia e quelli che il nostro organismo fa fatica ad assimilare; vuol dire farsi un programma della giornata in cui anche il corpo possa avere il suo spazio, notando se ha bisogno di moto e di attività fisica o se è in un periodo in cui è più importante il riposo.

Nella prima lettera ai Corinti San Paolo definisce il corpo “tempio dello Spirito”, ed è questo, al di là di qualsiasi credo religioso, la qualità di atteggiamento da avere nei confronti del nostro corpo; non una macchina da sfruttare spietatamente o da esibire narcisisticamente, ma la parte più visibile e tangibile di ciò che siamo, che ha i suoi bisogni e le sue potenzialità. Cominciando a diventare sensibili nei confronti del nostro corpo sviluppiamo quelle stesse capacità di ascolto ed empatia che ci serviranno per entrare ancora più profondamente in contatto con noi stessi. E anche con gli altri. E anche col mondo.


Marcella Danon
Ecopsicologa, direttrice di Ecopsiché
Editoriale gennaio 2026 – Ecopsicologia NEWS