La vita che viviamo è un mistero. Se non dedichiamo tempo a questa considerazione, la quotidianità ci inghiotte nei suoi vortici di impegni, appetiti, conflitti e prima o poi ci sfianca con le sue richieste incessanti. Se, al contrario, dedichiamo troppo tempo a questa ricerca di altrove, ci roviniamo l’opportunità di godere appieno dell’esperienza presente e non ci facciamo carico della nostra capacità di incidere sugli eventi e di modellare il mondo che ci circonda creando forme coerenti con le nostre visioni e intenzioni.

La centratura, pratica principe nella formazione in Ecopsicologia nella Scuola italiana, è la capacità di riconoscerci in bilico tra diverse dimensioni, e di gestire “in bellezza, con cautela e oscillando” l’innegabile multidimensionalità del nostro essere. E’ l’allenamento a riconoscere, nel complesso marasma interiore, quel centro di autocoscienza che fa da perno, da punto di unione, tra una realtà materiale finita e condivisa – con cui ci sperimentiamo, incontriamo e scontriamo nello stato ordinario di coscienza – e una realtà più ampia, molto più ampia, inconoscibile con i nostri limitati 5 sensi, in cui gli stessi concetti di spazio e tempo vacillano e ci spalancano orizzonti di immensa profondità e altezza.

Questo diverso livello di realtà può essere letto come la nostra eredità celeste, se vogliamo prendere per buona la teoria della panspermia, che vede la vita sulla Terra come frutto di un’inseminazione avvenuta tra molecole organiche provenienti dallo spazio profondo, giunte a cavallo della coda ghiacciata di una cometa, e l’ovulo fertile di questo nostro lussureggiante Pianeta non a caso spesso abbinato alla qualifica di “madre”.

Roberto assagioli, medico psichiatra italiano, fondatore della psicosintesi, definisce l’essere umano come cittadino di due mondi, uno materiale e uno spirituale.  Il bello, è goderseli entrambi.

Non limitiamoci, quindi, a vivere in modo automatico pulsioni, sensazioni, emozioni, persino pensieri, scaturiti dal caotico e casuale gioco di intrecci che emerge dall’interfacciarsi con gli eventi.  Non accontentiamoci di essere spettatori, pedine passive e manovrabili da chi, con più o meno malizia, sa canalizzare opinioni, voti, acquisti in direzioni utili a pochi.

Con la presenza, con l’allenamento e poi l’abitudine a entrare in dialogo con la nostra interiorità, a mettere in discussione automatismi che entrano in campo eludendo la nostra consapevolezza, possiamo arricchire la nostra vita di emozione e meraviglia, perché consapevoli che c’è altro, anche quando non lo cogliamo.
Con la presenza, adottiamo il pensiero critico come prassi, come esercizio dell’attenzione, ci rifiutiamo di acquisire acriticamente dogmi e opinioni altrui, ci  confrontiamo con l’impegnativo compito di porci domande e cercare risposte anche quando sono impossibili da trovare.
Con la presenza ci assumiamo la responsabilità di quello che diciamo e di quello che facciamo, rendendo più congruente e potente la nostra interazione col mondo.

Con la presenza si arricchisce immensamente la nostra quotidianità,  si creano spazi in cui essere protagonisti della nostra vita,  in cui possiamo agire e non reagire,  in cui trasformiamo piccoli pezzi di realtà in giardini fioriti,  in relazioni giocose,  in  sfide motivanti,  alla ricerca di quell’equilibrio che il critico De Sanctis ha definito arte: “quando c’è identità tra contenuto e forma”. La vera opera d’arte, allora, siamo noi e la vita che conduciamo e co-costruiamo. Vivere con presenza vuol dire diventare artisti della vita.

 

Foto:Mariam Soliman su Unsplash.com